|

L’impressione del Vallo di Diano, visto all’alba di un giorno d’estate da Teggiano, è quella di un luogo perso nelle pieghe del tempo, un luogo nel quale il Tempo stesso, lungi dall’essere fermo, è piuttosto “visibile”, come un’entità fisica che, al pari dei dati geografici, qualifichi la regione.
Quest’ampia vallata che si apre tra i monti della Maddalena e degli Alburni, verdeggiante e placida, costellata di paesi e riunita da un ente, il Parco del Cilento, costituito nel 1991, che ne tutela le tradizioni e l’ambiente, è un luogo allo stesso tempo nel mondo e fuori dal mondo.
Nel mondo perché esso è, storicamente, un importante, fondamentale crocevia sulla strada per l’estremo Sud della penisola italiana, e già ai tempi di Greci e Romani era fitto di insediamenti e attraversato da importanti arterie stradali (una su tutte, la via Annia); fuori dal mondo perché l’atmosfera che vi si respira è completamente diversa da ogni altra, sospesa, sognante, antica.
All’alba, da quel paese-terrazza che è Teggiano, il Vallo appare “sommerso” da una nebbia fitta, lattiginosa che, rilasciata direttamente dal terreno e dalla sua fertile umidità, ondeggia come la spuma di un mare preistorico.
E allora sembra di essere nel lontanissimo Pleistocene, quando l’intera vallata era occupata da un lago, e occhi umani non potevano vederla; la sensazione, però, se ci si abbandona un minimo all’immaginazione, è proprio quella di attraversare il Tempo in una frazione di secondo, e di sentire attorno a sé tutto il complesso di tradizioni, di storie, di accadimenti che, a livello umano, ha costruito nei secoli e nei millenni la storia e l’aspetto del Vallo.
L’aria della Storia, anzi, sembra essere in qualche modo rimasta imprigionata nel Vallo che, come una gigantesca bottiglia, tiene dentro di sé i dati sensoriali del passato; e chiudendo gli occhi, si possono sentire i flebili rumori lontani degli agglomerati urbani che si destano e iniziano l’attività, e il canto dei primi uccelli dai boschi di cui sono coperte le fiancate della valle, e il soffio garbato dei venti che, piano piano, spazzano la nebbia e scoprono alla vista il verde sottostante.
Quando si riaprono gli occhi, le strisce lattiginose di nebbia, come pacifici e innocui fantasmi, si stanno diradando e ritirando in angoli nascosti, e il Sole comincia ad accarezzare il terreno ondulato, facendo brillare – come punte acuminate – i colli isolati sui quali sorgono i paesi che, chissà, forse tanti millenni fa erano altrettante isole nel lago preistorico, e che spiccano come attenti paladini nel “lago della memoria” che è oggi il Vallo di Diano.
Il sottoscritto ha visitato una sola volta questo luogo, e pure ne ha riportato una impressione profonda, perché si tratta di un angolo d’Italia che non può lasciare indifferenti i visitatori; esso è una di quelle regioni (e non sono molte) che si possono a buon titolo definire “magiche”… Non a caso, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dal 1998, compresa nel territorio del Parco del Cilento, a difesa di un ambiente e di tradizioni millenarie.
Matteo Fontana
Amico e scrittore
|